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Membri della CVX - Palermo







Temi: La Spiritualità Ignaziana







venerdì 3 settembre 2010

A Palermo - P. COSTAMANTE - ... padre dell’anima mia

… il padre dell’anima mia
Da quando, in un ormai lontano giorno di ottobre dell’anno 1966, ho iniziato a frequentare la prima elementare all’Istituto Gonzaga di Palermo, ho avuto l’occasione di conoscere, stimare e volere bene a diversi padri gesuiti. Come singoli e nel loro insieme sono stati una presenza fondante, determinante nella mia vita, tuttavia il rapporto con padre Giuseppe Ardiri è stato per me qualcosa di speciale, di particolare.
Quando affermo ciò non intendo riferirmi ad un particolare affetto che mi legava a lui, ché, invece, non ho difficoltà a riconoscere che, da questo punto di vista, mi sento egualmente legato ad altri padri gesuiti, mi riferisco, piuttosto, a quello che è stato lui per me nella mia esperienza spirituale: “il padre dell’anima mia”.
Credo che sia la stessa espressione che usava Francesco Saverio, lontano nelle Indie, riferendosi ad Ignazio. Eppure posso confessare, con piena sincerità, che con questa espressione ho iniziato istintivamente a riferirmi a lui, nel mio intimo, proprio negli ultimi anni della sua esistenza e cioè quando lui per me, come Ignazio per Francesco Saverio, era diventato lontano e per certi versi irraggiungibile.
Ho conosciuto padre Ardiri, quando già studente universitario ero uscito dal Collegio Gonzaga e frequentavo, senza grande convinzione, l’associazione degli ex alunni di cui lui era padre assistente. In quegli anni vivevo un periodo di allontanamento dalla fede. Verso il quarto anno di superiore avevo posto fine alla mia esperienza nel M.E.G. (Movimento Eucaristico Giovanile) e tutti gli anni di università furono segnati da una totale lontananza da ogni pratica religiosa. Resisteva solo, incomprensibilmente, ma oggi dico provvidenzialmente, questo labile legame con la mia passata formazione “gesuitica” che era l’associazione degli ex e lì il contatto sporadico e tutto sommato superficiale con p. Ardiri.
A un certo punto, inspiegabilmente, di fronte alla prime serie avversità della vita che mi trovai ad affrontare ebbi un moto dell’anima: mi sentivo fragile, in qualche modo spoglio ed affamato, non, ovviamente, dal punto di vista materiale, ma in quanto privo di senso, di un centro, di un punto di appoggio a partire dal quale affrontare le vicende della vita, e mentre sentivo ciò cresceva in me la consapevolezza che io quel senso, quel centro lo avevo avuto, quando da ragazzo nel M.E.G. avevo fatto, pur con tutti i suoi limiti, una prima esperienza di fede consapevole, e lo avevo perso, dissipato: “Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza ed io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mi padre e gli dirò...” (Lc. 15,17-18).
La casa del Padre, questo per tutti dovrebbe essere la Chiesa, non in astratto ma in luoghi concreti di accoglienza nello Spirito, per me nel concreto della mia esistenza, non poteva essere altro che il Collegio Gonzaga e lì ad accogliermi p. Giuseppe Ardiri. E con lui inizia un cammino, pieno di contraddizioni, difficoltà, interruzioni, cadute da parte mia, ma da lui guidato con dolcezza, saggezza e mite, ma ferma, determinazione. Iniziammo con il ritorno alla preghiera personale (orazione mentale) possibilmente quotidiana e la direzione spirituale, poi, dopo un po’ di tempo, la proposta degli Esercizi Spirituali di Sant’Ignazio (EE.SS.) nella vita corrente, poi, dopo un altro po’ di tempo la proposta di provare l’esperienza della “Comunità di Vita Cristiana” (CVX) che poi si è rivelata la mia vocazione di laico adulto nella Chiesa.
Sono entrato nella CVX, nella Compagnia di Sant’Ignazio, fondata da p. Ardiri con persone che con lui avevano fatto l’esperienza degli EE.SS. nella vita corrente.
Mi piace però ricordare che lui non mi indicò questo gruppo, me ne presentò più di uno e mi invitò a scegliere: non esisteva in Giuseppe Ardiri alcun legame, alcun affetto disordinato, verso le sue opere apostoliche, in questo da vero figlio di Ignazio, aveva fatto radicalmente proprio l’ammonimento di Gesù sul sentirsi sempre servi inutili.
Alcuni aspetti mi piace in particolare ricordare di p. Ardiri, come direttore spirituale ma, in generale come religioso, presbitero, e gesuita:
– una capacità di ascolto attento, discreto, ma al tempo stesso capace di penetrare nel profondo dell’ animo di chi gli parlava;
– il consiglio puntuale, mai generico o superficiale: “chi poco precisa, poco aiuta” insegna Sant’Ignazio negli EE.SS.; in Giuseppe Ardiri questo insegnamento l’ho visto mettere in pratica;
– una comprensione profonda e concreta del nuovo ruolo dei laici nella Chiesa, alla luce dell’insegnamento conciliare, e della possibilità per il laico di vivere, in maniera originale, ma in pienezza e profondità, la spiritualità ignaziana e l’esperienza degli EE.SS.;
– la profonda stima delle donne e la piena comprensione e valorizzazione delle loro doti peculiari e del loro apporto creativo e specifico nella vita della Chiesa e, più in particolare della famiglia spirituale ignaziana.
I punti che ho sopra accennato meriterebbero ben altro approfondimento. La figura e l’opera di p. Giuseppe Ardiri hanno tanto da insegnare a chi si riconosce in qualche modo parte della famiglia ignaziana.
In questo mio breve scritto ho forse ecceduto nel lato autobiografico, raccontando più la mia esperienza con p. Ardiri che parlando di lui, e me ne scuso, ma è stato per me l’approccio più naturale, visto quello che il suo incontro ha significato nella mia vita. Credo, tuttavia, che al di là delle commemorazioni, che molti, ed io stesso, sentiamo di cuore di fare, il modo migliore per ricordare Giuseppe Ardiri sia quello di riprendere le sue intuizioni sul ruolo dei laici nella Chiesa e nella famiglia spirituale ignaziana e sugli EE.SS., come grande dono dato alla Chiesa ed al mondo, che va reso pienamente fruibile dagli uomini e donne del nostro tempo di qualunque stato di vita, e sforzarsi di darvi compimento ed attuazione.

Pietro Costamante

A Palermo - F. PUNZO ... portava la serenità -

… arrivava in punta di piedi e portava la serenità
“Tra dieci minuti ci vediamo davanti al cancello”. Queste poche, semplici parole mi disse padre Ardiri alle nove di una sera di maggio di dieci anni fa.
Un mio caro amico, non credente, stava per morire, ebbi la sensazione che volesse chiudere con Gesù la sua vita e senza un attimo di esitazione fu per me naturale chiamare padre Ardiri perché gli desse l’Estrema Unzione.
In quelle parole, in quell’essere pronto senza “se” e “ma”, c’è tutta la grandiosità di padre Ardiri, sempre con amore, semplicità e attenzione, disponibile, capace di trovarsi dove occorreva la sua presenza, senza che neanche vi fosse bisogno di chiamarlo.
Padre Ardiri arrivava e basta. Arrivava in punta di piedi e portava la serenità: con le sue parole vere, semplici e chiare, le situazioni complicate si risolvevano, le discussioni svolte con astio diventavano dialogo.
“Benvenuto a te” era la frase con cui accoglieva chiunque l’andasse a trovare.
Era un’accoglienza piena di attenzione, coinvolgente. L’ospite che veniva così accolto, anche in una riunione affollata, non era un anonimo spettatore, ma un invitato speciale al quale il padrone di casa tiene tantissimo.
Padre Ardiri accoglieva e coinvolgeva. È bello ricordare i momenti trascorsi insieme. Nessuno certamente potrà dimenticare, oltre le tappe fondamentali della propria vita caratterizzati dalla sua presenza, lo stare insieme in armonia, le gite, l’Eucarestia celebrata al tramonto tra le rovine di Selinunte, con i visitatori che si fermavano a pregare attratti dalla forza, dal carisma derivante dalla naturalezza del Sacerdote celebrante.
Il gruppo dei gitanti, degli amici di padre Ardiri, era ed è aperto, accoglie nel pullman chi vuole salire, sa comunicare, si entusiasma e sorride.

Francesco Punzo

giovedì 2 settembre 2010

A Palermo - G. MILAZZO ... saggio amministratore

... un saggio amministratore della multiforme grazia di Dio
Una breve testimonianza sul padre Giuseppe Ardiri deve tenere in conto il fatto che chi scrive lo ha conosciuto in quelli che furono in fin dei conti gli ultimi anni della sua vita. Quindi queste brevi osservazioni schematiche non possono purtroppo riferirsi ad un’intera esistenza di cui pur sempre le scelte e lo stile di padre Ardiri, nell’esercizio del suo ministero sacerdotale, sono come il risultato ultimo e l’esito naturale.
I gesti quotidiani dell’uomo Ardiri ne hanno espresso la profonda comunione con il Signore: l’accoglienza, il sorriso, la pacatezza dell’espressione, il colloquio offerto sempre senza mai negarsi all’interlocutore, pur tra i tanti impegni che la giornata non gli risparmiava, soprattutto nei tempi dei suoi incarichi direttivi nell’Istituto Gonzaga.
Chi scrive può ricordare in particolar modo quegli aspetti della personalità, che sono rivelatori addirittura di un messaggio e di un insegnamento di vita che non abbandona, anche a distanza di tanti anni.
1. La profonda intimità con la Parola di Dio
Il padre Ardiri aveva un singolare modo di comunicare con i suoi interlocutori o con gli esercitanti, sia in sede di riunione, sia durante i colloqui che ordinariamente soleva offrire ai docenti dell’Istituto, che con grande senso dell’equilibrio ha diretto tra gli anni Ottanta e i Novanta: talvolta, quando l’interlocutore gli apriva il proprio animo dando una testimonianza o anche semplicemente parlando di una propria esperienza quotidiana, il padre Ardiri, abbassando lo sguardo, prendeva la Bibbia che teneva accanto a sé, e rispondeva citando un brano evangelico, o uno dal Nuovo Testamento o dall’Antico. Usava accompagnare le sue risposte o i suoi insegnamenti, riferendosi alla Parola di Dio incarnandola nella vita dell’esercitante o dell’amico che lo incontrava; in questo modo la risposta del padre era, secondo l’opportunità dell’argomento, permeata di Parola di Dio. Questo suo particolare modo di interloquire rivelava una diuturna pratica della Parola, una confidenza e un’intimità con il Maestro interiore, tale da consentirgli di trovare sempre segni del Suo divino insegnamento in molte delle esperienze di chi cercava la sua direzione spirituale o anche un semplice consiglio.
2. La predicazione autenticamente eucaristica
Ogni riunione della Compagnia di S. Ignazio, che il padre Ardiri ha voluto seguire con assiduità, nonostante i problemi di salute che negli ultimi tempi lo afflissero, terminava, per sua espressa volontà e per desiderio di tutti i componenti del gruppo, con una celebrazione aucaristica. Questa particolare attenzione del padre Ardiri nei confronti dell’Eucaristia era un insegnamento rivolto a ciascuno di quelli che, come chi scrive, lo osservavano e, ascoltandolo, vi riconoscevano un autentico ministro di Dio. Tale passione per l’Eucaristia nasceva dalla consapevolezza che l’adesione al cristianesimo non deve essere, in particolare per i laici di oggi, un fatto puramente ideologico, e per ciò stesso condannato ad essere un qualcosa di astratto, ma deve sostanziarsi dell’incontro con una persona che è Gesù di Nazaret, il Salvatore di ogni essere umano nella concretezza delle proprie occupazioni quotidiane,  che sono già di per sé – teneva a sottolineare padre Ardiri – missione e apostolato.
Questa incarnazione costante della propria fede non poteva che essere collegata con il desiderio di incontrare Cristo in modo sacramentale a cadenza regolare e con frequenza.
3. La sapienza educativa
L’insegnamento all’Istituto Gonzaga è stato, per chi scrive, l’occasione di incontrare padre Ardiri innanzitutto come Rettore, anche se il ruolo istituzionale non ha in lui mai sopraffatto il testimone della fede e il Ministro dell’amore di Dio. La conoscenza del docente giovane che gli si presentava si è unita, nel padre Ardiri, all’incoraggiamento e alla valorizzazione di ogni motivazione che possa sostenere l’insegnamento inteso non come banale pratica professionale, ma come servizio alla persona studente. Da ricordare la sua sapienza nell’individuare ciò che è opportuno fare in una interazione educativa come quella che si svolge in classe tra docente e discente: - O sarai tu a trascinare gli studenti, o saranno loro a trascinare te – Era questa l’espressione con cui padre Ardiri amava manifestare uno stile educativo che si deve porre obiettivi via via più alti di grado in grado di istruzione, all’insegna del magis ignaziano.
4. La valorizzazione delle ricchezze di ogni persona
Nell’incontro personale si manifestava lo specifico dello stile pastorale di padre Ardiri: non soltanto chi disponeva di particolari doti intellettuali o professionali era oggetto di attenzione da parte sua, ma chiunque si presentasse a lui nella quotidianità, testimoninando nei fatti che ogni persona è oggetto di amore da parte di Dio e quindi va accolta come un dono e che, in virtù dell’infinito amore di Dio, il cristiano è sempre uomo di pace. La grande fiducia nell’umanità conduceva padre Ardiri a cercare le occasioni per conferire alle persone che incontrava degli incarichi sempre proprorzionati alle loro forze, rispondenti alla vocazione fondamentale di ciascuno, tali da fare scoprire che, agli occhi di Dio, ciascuno è veramente importante.
5. La capacità di testimoniare il discernimento
A padre Ardiri molti di coloro che fecero parte della Compagnia di S. Ignazio devono l’insegnamento delle principali caratteristiche del carisma ignaziano, che il padre rendeva esplicito al punto da produrre una certa paradossale identificazione tra la sua persona e quella di Ignazio stesso. Il discernimento è stato uno degli elementi principali di tale testimonianza, presentato non come attività intellettuale, ma come esperienza che deve essere vissuta nella preghiera, ponendosi alla presenza di Dio, sperimentando come il discernimento conduca alla carità incarnata nelle esigenze del prossimo e orientata alla salvezza delle anime di chi nella vita quotidiana incontriamo. La carità “discreta” è quanto è possibile trarre da questo insegnamento che è difficilissimo, se non impossibile, sintetizzare tanto si identifica con la profondità della conoscenza degli Esercizi Spirituali che padre Ardiri possedeva e comunicava. Egli ha proceduto, per il bene di chi si affidava a lui, ad un prezioso lavoro di mediazione culturale che consisteva nel rendere significativa e operante l’esperienza ignaziana per la vita quotidiana del laico di oggi, costantemente posto di fronte alle più varie situazioni che talvolta richiedono un discernimento rapido per cogliere ciò che a Dio è gradito e perfetto.
6. L’indifferenza ignaziana
Che non sia la vita breve o quella lunga a dovere essere preferita, ma quella ignazianamente spesa per collaborare al disegno di salvezza di Dio per ciascuno di noi, è quanto può rappresentare uno degli aspetti della testimonianza di padre Ardiri, finalizzata a manifestare agli esercitanti o a chi faceva parte della Compagnia di S. Ignazio che bisogna tenere sempre gli occhi fissi verso l’autentico e unico fine dell’esistenza che è Cristo e il suo Regno. Pur nella misura generale del suo comportamento, solo in questo padre Ardiri si è mostrato radicale, nello spendersi totalmente per le persone, la cura delle cui anime gli era stata affidata, senza badare assolutamente alla propria stanchezza, alle proprie fragilità fisiche, e infine alla propria stessa infermità, sulla quale non poche volte amava anche ironizzare, quasi senza accorgersi dei primi crescenti segni del male che lo condussero infine all’inattività.
Anche in quegli ultimi tempi, a chi lo incontrava all’Ignatianum di Messina, presso il quale risiedeva, dimostrava silenziosamente che non è neppure l’efficienza fisica o mentale che fa l’apostolo e il testimone della fede, ma il desiderio di incontrare Cristo nei fratelli e il pensiero continuamente rivolto alle cose di lassù, anche nell’appannamento delle facoltà mentali, essendo quasi istintivamente attratto dalle immagini che ritraggono Cristo, e dalle fotografie raffiguranti i laici che hanno riempito, come figli nella fede, la sua vita di ministro di Dio.
Le particolari caratteristiche della personalità e della spiritualità di padre Ardiri non sono soltanto quelle di queste brevi note riguardanti ciò che può essere immediatamente ricordato da chi lo ha conosciuto. Nel riconoscere quindi in padre Ardiri una certa somiglianza a Cristo e ad Ignazio, non è da escludere che egli - in virtù della sua particolare prossimità a Dio e agli uomini già durante la sua vita - continui a pregare per quei laici che sotto il suo sguardo hanno vissuto, operato, lavorato e costruito la propria vita.

Giovanni Milazzo

A Palermo - T. GIULIANI - ... pellegrino errante

… il pellegrino errante
Nel giugno del 1982 mi ritrovai senza direzione spirituale e fuori dall’appartenenza ad un gruppo ecclesiale. Fu allora che una mia cara amica mi fece conoscere p. Ardiri. Da allora mi sono affidata alla sua paternità spirituale, che continua anche dopo la sua morte, perché spesso penso a lui e a lui mi rivolgo.
La meditazione che più mi è rimasta impressa e che giorno per giorno considero,
è la prima che lui mi presentò: la parabola del seminatore, ed è questa che sempre mi interpella quando mi chiedo, alla fine della giornata: “Dove è caduto il seme, oggi? Qual è stata la mia risposta alla Parola del Signore? ”.
Un’eredità che p. Ardiri mi ha lasciata è quella della disponibilità a darmi agli altri, così come lui “si è speso” per tutti, fino alla fine. Ricordo la grande attenzione e considerazione che aveva per la sofferenza e la malattia di chi incontrava o di chi sapeva essere affetto da qualche malessere e dedicava l’intero pomeriggio della domenica a far visita ai malati o agli anziani, portando l’Eucarestia e il conforto delle sue parole e della sua presenza; lo chiamavo “il pellegrino errante”, perché non si fermava mai nel suo giro e non dimenticava nessuno.
Un’esortazione che spesso mi ripeteva era quella di essere forte nel dire sì o no, a seconda delle situazioni, con fermezza e senza ripensamenti, perché il “sì” è “sì”
e il “no” è “no”, senza vie di mezzo; mi invitava a discernere con attenzione e, presa la decisione, ad essere forte e risoluta nella risposta.
L’immagine che porto nel cuore è quella di un padre gioioso e “festaiolo”: gli
piacevano gli incontri conviviali, le gite, e voleva che si alternassero alle riunioni di formazione spirituale occasioni informali, per stare insieme, mangiando, cantando, ridendo e preparando anche scenette comiche. A questi incontri invitava tutti i gruppi, perché non solo voleva che ci si conoscesse, ma che tutti fraternizzassero e diceva che “mangiando” si riusciva meglio nell’intento.
Anche oggi, quando rido e mi diverto penso alle belle risate di padre Ardiri!

Teresa Giuliani

A Palermo - I. FABRA SPRIO - ... come un direttore d’orchestra

…operava come un direttore d’orchestra
Spesso con i miei lunghi anni di vita e con le mie fragilità di salute e nella solitudine,i miei pensieri vagano nelle pagine belle del mio vissuto e fra queste emerge la figura accogliente, amorevole e paterna di p. Ardiri.
Da tempo ne sentivo parlare come una figura ideale di padre spirituale, e poiché al Gonzaga teneva incontri di formazione spirituale, desideravo incontrarlo, perché aspiravo a migliorare ed irrobustire la mia fede, per sentirmi sempre più legata e vicina al Signore.
Il mio incontro con lui fu casuale ma felice, perché la sua figura signorile, il suo sguardo profondo e magnetico, uniti alla semplicità e umiltà del comportamento, mi conquistarono immediatamente. Mi inserì subito nel gruppo della Compagnia di
S.Ignazio, dove i testi del Santo erano studiati in modo esauriente ed equilibrato e p. Ardiri sapeva metterne in luce gli aspetti significativi, profondi e complessi con spiegazioni di stupefacente semplicità. Era ciò che desideravo! Per noi era una gioia rivivere le pagine di Ignazio, ma anche le pagine del Vangelo e del messaggio divino, non a livello erudito, ma a livello sapienziale.
La sua grande umiltà e semplicità, la sua solidale appartenenza a Gesù Cristo, l’Unto, “il Figlio del Dio vivente”, ci prendeva a tal punto da far vibrare in noi sentimenti e legami di forte appartenenza a Gesù, perché egli operava come un direttore d’orchestra che nel dirigere unifica, armonizza ed esalta contemporaneamente le sezioni orchestrali; gli incontri non servivano solo ad illuminarci nelle verità di fede, a fortificarci in esse, ad ampliare i nostri orizzonti, ma a legarci sempre dell’amore di Dio.
La poliedricità del suo carattere, la complessità culturale della sua preparazione lo portavano ad arricchire gli incontri con musica, poesie, recitazione ed arte; le ore trascorrevano e nessuno manifestava premura, ognuno condivideva le proprie risonanze interiori e tutti partecipavano della ricchezza di ciascuno.
Per me p. Ardiri è stato un dono di Dio, egli non è morto e con S. Agostino penso che “nessuno muore sulla terra, finché vive nel cuore di chi resta”. Egli ha saputo scoprire e valorizzare in me, come in tutti, quegli aspetti positivi, anche nascosti, che possono esaltare il bene e neutralizzare il male. La sua profonda conoscenza dell’animo umano lo portava a curare ed accogliere tutti con morbida delicatezza ed amore.
Tutto ciò che ho imparato da lui è vita, energia, luce ed equilibrio, perché in un mondo che ci sconvolge per la ricchezza delle scoperte scientifiche, sento il suo invito a trovare pace nella sequela di Cristo e nell’uniformarmi a Lui.
Dopo tanto tempo continuo a coltivare una piantina, una coles, cresciuta e sviluppatasi da un ramo di un esemplare che p.Ardiri teneva nel suo studio e che aveva attirato la mia attenzione per la bellezza delle sue foglie. Egli, nel porgermi il rametto, mi disse di coltivare la pianta con attenzione e cura, perché ogni elemento del creato ha bisogno di queste per vivere bene. Oggi, la mia piantina è tanto bella e tutti l’ammirano; essa è frutto della cura, dell’amore, della pazienza e del tempo che dedico ad essa, come p. Ardiri ha fatto con me e come mi ha insegnato.

Iole Fabra Sprio

A Palermo - F. G. SIRNA - ... icona del Padre

… per me è stato l’icona del Padre
Era l’estate del 1948. A tredici anni, dopo la guerra, tornavo a Longi, il paese di mio padre, un paesino sui Nebrodi ancora senza luce elettrica, i cui abitanti mi colpirono per la loro ospitalità. Di quel paesaggio e di quell’ambiente conservo ancora nella memoria la sensazione di essermi immerso in un tempo, il tempo bizantino, l’impressione di una uscita dal tempo di ogni giorno. Da un’altra valle della Sicilia nord-orientale doveva venire l’uomo che mi avrebbe stabilito in una condizione più profonda: non più un rapporto con un tempo passato, ma, al di là di ogni tempo, con l’eternità.
Era il 12 dicembre del 1982 e con gli amici della mia Comunità “Cristo Sapienza” partecipai a un ritiro per l’Avvento e in quella circostanza conobbi per la prima volta Giuseppe Ardiri, tre anni più anziano di me. Mi bastarono le sue parole a commento di Mt 11, 2-11, oggetto della sua prima meditazione, per avvertire dentro di me che era l’uomo cui potevo affidare la mia vita spirituale. Val la pena
riportare le prime parole di Matteo: “In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli: “Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo attenderne un altro? ”. Gesù
rispose: “Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete”. Partecipai a due altri ritiri da lui condotti il 13 febbraio e il 24 aprile: il 7 maggio 1983 iniziavo con lui il ammino degli Esercizi ignaziani.
Avevo cercato molto in precedenza, avevo avuto molte esperienze intellettuali, ma con lui l’esplorazione ansiosa si arrestò, via via inabissandosi nelle profondità del mistero cristiano. Ero in cerca del Logos, che intravedevo nella struttura del linguaggio, oggetto di una ricerca che tuttora continua, ma quale intima gioia nell’assaporare che quel Signore per quem omnia facta sunt poteva essere percepito nell’umile presenza di un sacerdote che mi faceva comprendere la ricchezza del dono, esempio vivente di una generosità paterna che in esso si consuma e si realizza!
Dono di sapienza, dono di consiglio, dono di umana comprensione, dono di infinita pazienza e misericordia. Quel sacerdote per me è stato l’icona del Padre, tanto si era identificato con Gesù Signore da vivere in un martirio continuo, perché in tutto testimoniava l’amore che il Signore ha ordinato di avere per il prossimo. È stato Padre Ardiri a farmi scoprire quella che ritengo sia l’essenza della spiritualità ignaziana: la paternità. Più che il perdono, più che il consiglio, è il dono che caratterizza il vero sacerdote: colui che da Dio riceve e dona a piene mani.
L’ultimo dono che io ricordo ancora con commozione, l’estremo commiato con cui si è concluso temporaneamente il nostro incontro, è stata la benedizione da me chiesta per un gruppo di noi suoi discepoli e da lui, con gesto veramente sacerdotale come sempre, impartita di cuore.
Grazie Padre Ardiri!

Francesco Giuseppe Sirna