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Temi: La Spiritualità Ignaziana







mercoledì 18 agosto 2010

A Messina - F. CARDULLO:… p. Ardiri vive in me, lo penso e lo ringrazio, finché io stesso vivrò

Martedì mattina, del 22 gennaio 2008, appena ho appreso la notizia, sono andato all’Ignatianum: volevo vederlo per l’ultima volta, avevo la coscienza inquieta perché, malgrado lo avessi pensato, non ero riuscito ad andare a trovarlo durante le vacanze di Natale.
Quasi alla fine del largo corridoio, piuttosto buio, del secondo piano, sul lato destro, affacciata verso il mare, c’è la cameretta dove ha vissuto gli ultimi anni.
Oltre la camera una stanza piccola adibita a cappella, molto semplice, dove ascoltava la messa, quasi muto, ed io con lui quando mi capitava di andare a trovarlo.
Lì giaceva dentro la bara aperta, coperto da un velo trasparente, dalla testa ai piedi, in una inconsueta posizione rannicchiata. Gli occhi erano semiaperti, si vedevano le orbite, che luccicavano, brillavano quasi, e mi guardavano. Il volto scarnificato, il corpo piccolo e raccolto. Ho ascoltato la messa che padre Mangione, seduto in una sedia a rotelle, recitava a non più di cinque confratelli, tutti anziani e malandati. Sono convinto che la preghiera condivisa, guardandolo negli occhi, sia stato il migliore ultimo ricordo possibile. Verso la fine è arrivata la madre con altri parenti: nessun padre e nessuna madre dovrebbero sopravvivere ai propri figli.
Ho svolto tutta la mia formazione scolastica al Sant’Ignazio di Messina, dal 1958 al 1971. Ho conosciuto padre Ardiri durante questo periodo, quando tra il 1968 ed il 1973 è stato rettore del Collegio, credo l’ultimo rettore durante il periodo difficilissimo, immagino, della decisione di vendere e demolire, per sanare debiti dell’Ordine, un edificio, di qualità architettonica notevole su progetto di Antonio Zanca, ma anche un luogo simbolicamente molto significativo per la città di Messina.
Nel 1971 sono andato a Palermo a studiare, ed il Collegio nel frattempo lo demolivano dall’interno verso la facciata esterna, l’ultima ad essere abbattuta.
Gli anni della scuola sono stati ricchissimi per la mia formazione, i compagni erano solo maschi, e molti docenti padri gesuiti, e padri spirituali molti altri gesuiti, tutti differenti tra loro e ricchissimi nel personale contributo alla formazione, soprattutto spirituale.
Ma non padre Ardiri: non ho alcun ricordo da alunno, se non la severità ed il distacco del suo sguardo di allora, né di attività di insegnamento né di attività spirituale.
Non vorrei sbagliarmi ma credo che il suo magistero, da sempre, si esercitava nel dirigere senza clamori esteriorizzati e, in una seconda fase della sua vita, nel saper parlare al cuore di persone relativamente grandi; ma non a giovani di periodo scolastico.
Nel 1976 sono tornato a Messina e sono tornato al Sant’Ignazio, nel frattempo spostatosi all’Ignatianum, come docente di Disegno e Storia dell’Arte nel Liceo Scientifico, dove ho insegnato sino al 1998/1999. Ho reincontrato padre Ardiri nel 1992 quando fu nominato rettore dell’Ignatianum, come comunità che si occupa di varie attività, e come direttore della scuola Sant’Ignazio, lì trasferitasi; carica che ha ricoperto sino al 1995. Abbiamo incominciato a frequentarci e non ci siamo più lasciati.
Nel suo ruolo di rettore e direttore, anche questa volta, dirigeva, ma non insegnava né a scuola né all’Istituto Teologico, ciò malgrado la grande penuria di padri gesuiti che potessero dare identità all’Istituzione Collegio Sant’ignazio, che si declinava sia nell’insegnamento che nella formazione spirituale dei giovani. Ordine che a Messina, malgardo le gloriose origini cinquecentesche, va inesorabilmente scomparendo ed affievolendosi sempre più, non tanto come insegnamento, chè ancora continua, ma come formazione spirituale sì. Adesso dirò del suo magistero come direttore, ma credo che il suo grande magistero come educatore dell’anima fosse il tentativo di trasferire ad alcuni laici (in assenza di padri spirituali), e ho la presunzione di pensare a me in particolare, una formazione spirituale da trasmettere a mia volta ai giovani alunni della scuola, o in altri luoghi di lavoro ed insegnamento,come in effetti per me è avvenuto ed avviene. Missione che si è interrotta con la sua malattia e con il mio successivo allontanamento, non voluto, dalla frequentazione,mia e della mia numerosa famiglia, del Collegio.
Come rettore della casa e direttore del Collegio il suo lavoro si esplicitava in un impegno notevolissimo per rilanciare, o non far morire, per rivivere, o perseguire gli antichi fasti del Collegio Sant’Ignazio di Messina: prima della emorragia di confratelli e di studenti.
Si occupava di tutto, lavorava a tutto, pensava e progettava tutto: dagli aspetti strutturali, a quelli organizzativi, a quelli didattici, a quelli infine spirituali. Trovava in me una persona generosa, ma anche un architetto che non chiedeva nulla in cambio,e quindi a nostra volta generosamente ci tuffavamo in tutto.
Ho progettato per lui di tutto: da un padiglione di ingresso per Giovanni, il portiere, per migliorare gli accessi al recinto dell’Ignatianum; ad un palazzetto dello sport, per aumentare la dotazione di attrezzature sportive per gli alunni; da una nuova viabilità e sistemazione delle aiuole e della recinzione, per agevolare i flussi di auto e moto all’inizio ed alla fine delle lezioni; allo spostamento delle cucine della casa, dal piano terreno al terzo piano, per andare incontro alle difficoltà di mobilità di padri sempre più anziani; da un giardino per l’infanzia, che doveva accogliere i bambini più piccoli in un pezzo di terreno inutilizzato; ad una sorta di piccolo museo, nel matroneo della chiesa, che ospitasse e mostrasse i pezzi che si erano salvati dalla demolizione del Collegio di Piazza Cairoli; dal nuovo soggiorno panoramico con loggiato, a servizio dei padri con difficoltà di movimento; a nuove cappelle, al posto di camere sempre più vuote. Anche oltre i confini messinesi: una volta mi ha fatto andare a Palermo perché si voleva occupare di levare l’acqua dagli scantinati di Casa Professa, per farne un museo. Quasi nulla siamo riusciti a realizzare, spesso lo dovevo proteggere dai pescecani.
E poi l’organizzazione e l’allestimento della Fiera Missionaria, con teli che abbiamo fatto arrivare dalla Spagna; le funzioni della notte di Natale e quelle della notte di Pasqua, quando moltissimi alunni ed ex-alunni si stringevano attorno a noi e ritornavano ad incontrarci e abbracciarci.
Nei consigli di classe non è mai venuto, nella didattica non ha mai interferito, non mi ha mai raccomandato un alunno. Come era giusto che fosse si occupava e cercava di rendere sempre più bella la struttura e sempre più efficiente l’organizzazione di tutte le attività.
Ma soprattutto, sopra ad ogni altra cosa, si preoccupava della cura dell’anima, della base e del fondamento degli insegnamenti spirituali ignaziani, che solo in un secondo momento diventano cultura ed azione. Portò me ed un piccolissimo gruppetto di quattro persone, a fine agosto del 1993, a Castelgandolfo, nell’Oasi di Villa Sorriso, per partecipare a quella sorta di master motivazionale ignaziano che era il “Colloquium 1°”, e poi a dicembre dello stesso anno ad Altavilla, vicino Bagheria, per lo stesso motivo; partecipando insieme a padre Pavone ed ad altri docenti di Palermo, per tutto il 1994, ad una preparazione che portò alcuni di noi, ma non lui, a organizzare come tutor due “Colloquium” nel 1995.
Cura dell’anima che ha trovato una magistrale manifestazione ed espressione nella conduzione degli Esercizi Spirituali, nella particolare forma chiamata della “Vita corrente” o della “Vita ordinaria”, che hanno svolto un ruolo centrale negli ultimi anni della sua vita.
Il 30 settembre del 1993, nella sala di piano terra dell’Ignatianum, c’è stato il primo incontro di presentazione, quando addirittura eravamo tanti da doverci poi suddividere in tre gruppi; quando ci fa vedere un documentario di Folco Quilici sulla vita di Sant’Ignazio; sino all’ultimo del 6 maggio del 2001, che parlava di “Consolazioni e Desolazioni”, ad un solo sparuto gruppetto superstite di una decina di persone. Sono stati sette anni di esperienze spirituali, affrontati con grandissimo impegno a cui sono mancato una o due volte al massimo, che hanno significato una carpetta alta dieci centimetri piena zeppa di schede, immagini, fotografie, preghiere, cartoline, foglietti vergati con frasi e citazioni di santi o padri spirituali, tre quaderni fitti di appunti ed una solidissima, almeno spero, ossatura interiore che mi consente di vivere e operare, nel miglior modo possibile, alla ricerca del bene degli altri.
Nella formazione, da alunno, ed in seguito da adulto, nella curiosità di ascoltare altri padri che guidavano e guidano gruppi, ho partecipato a varie esperienze, ma queste di padre Ardiri mi sono sembrate le più giuste, le più vere.
Il gruppo era eterogeneo, e questo era un fatto direi fondamentale: sia per età che per cultura. Non eravamo tutti docenti, o professionisti, o laureati, o borghesi, o intellettuali: dalla anziana casalinga, alla vedova, all’impiegato, al maturo commerciante, al medico affermato, alla giovane scrittrice, alla divorziata, allo studente universitario, alla segretaria. Non costituivamo una specie di setta, come succede, a volte, in questo tipo di gruppi, per cui i riti e le funzioni sacre dell’anno si seguono soltanto con la guida spirituale, se lui non c’è, il nulla; al contrario, non abbiamo mai seguito come gruppo la messa o altre funzioni con padre Ardiri, ognuno aveva i suoi riferimenti consolidati altrove: la parrocchia, la chiesa più vicina, niente. Ci incontravamo ogni quattordici giorni, con il nostro compitino da svolgere durante le due settimane, cercando di scalare quella difficilissima montagna che è la fede in Dio, e la preghiera.
La preghiera, certo la preghiera. Durante l’incontro, ognuno ascoltava l’altro e le sue riflessioni sul tema ignaziano lanciato due settimane prima, e soprattutto ascoltava padre Ardiri e le sue risposte: sempre pacate, sempre col sorriso, sempre dolci, sempre piene di speranza ed ottimismo, mai ideologiche, mai sociologiche, mai pseudopsicologiche, mai intellettuali o pseudointellettuali, semplici, franche, serene, intrise solamente di preghiera e meditazione individuale. Ci sommergeva di foglietti o fotocopie o cartoline o immagini sacre con brevi frasi o con preghiere universali che distribuiva a tutti noi: orientali, occidentali, cristiane e non, di santi e di martiri, di uomini e di donne. Sempre azioni tese a cambiare in profondo se stessi, il proprio io, la propria anima, il proprio pensiero e poi, solo poi, l’azione ed il comportamento. Poche e misurate parole, mai comizi, mai lunghe prediche. Ci insegnava a pregare personalmente, sempre, tutti i giorni, in tutti i modi, anche in macchina mentre guidiamo, da soli. Ma anche con i figli, con leggerezza, senza alcuna pesantezza bigotta o devozionale.
Ci telefonava per l’onomastico, ci incontravamo in modo conviviale con delle piccole festicciole per farci gli auguri nelle grandi feste e dopo l’ultimo incontro prima dell’estate. Era sempre in movimento, infaticabile. È partito con tre gruppi, con tanta gente, poi ridotta ad un piccolo gruppo di una decina di persone. Ma non ha importanza, ha dato tutto se stesso e qualcosa ha sicuramente lasciato, a molti o pochi non ha importanza.
Era buono e generoso, e dava e chiedeva molto da chi capiva gli assomigliava.
Per telefono gli chiesi aiuto, per trovare ospitalità in una casa dello studente dei gesuiti, a Padova per il mio primogenito, capendo le mie difficoltà economiche di mantenimento di un figlio fuori sede si offrì di darmi del denaro, mensilmente, prelevandolo da quello che dava alle persone bisognose. Naturalmente, arrossii, per telefono, e gentilmente declinai l’offerta in favore di qualcun altro più bisognoso di me, ma mi colpì molto.
Alla data del 9 ottobre del 1993, secondo incontro del primo anno di esercizi trovo scritto nel mio quaderno di appunti: Motivazione degli Esercizi Spirituali: cercare la volontà di Dio, rendersi più libero; esperienza dello spirito e non esperienza culturale; sforzo della volontà e non della nostra personalità. Queste sono ancora, e spero per sempre, le motivazioni che mi spingono in ogni gesto della mia vita, e quindi di quello che faccio come padre, insegno come professore, agisco come uomo.
Quasi ogni mattina, quando ancora tutta la casa dorme, con poca o giusta luce, con il freddo od il caldo, mi seggo in una poltrona vicino alla vetrata, con un capitello di cemento accanto su cui è poggiata la Bibbia, od altri testi sacri, e leggo una pagina o poco più: in questo modo padre Ardiri vive in me, lo penso e lo ringrazio, finché io stesso vivrò.
Francesco Cardullo

martedì 17 agosto 2010

A Messina - inizio di una vocazione e di una missione, al Collegio Sant’Ignazio - Giuseppe Raffa: In memoria di un amico gesuita...

Mi si chiede un pensiero su padre Ardiri. Ricordare Pippo Ardiri e i tanti anni pieni della sua presenza in mezzo a noi non è facile, nonostante i doni ed i ricordi che ci ha lasciato.
Non è facile, per il vuoto che avvertiamo, insieme al rammarico per quanto poteva ancora darci. Balzano, infatti, subito alla mente questi ultimi tempi di muta presenza,
di lenta ascesa al calvario; e quel grazie, in occasione delle visite sempre più diradate, accennato solo con gli occhi. Il ricordo è aggravato ancora dal rimpianto personale, che solo adesso sento colpevole, per le mie assenze durante questo suo ultimo difficile passaggio terreno.
Di Pippo Ardiri recupero, attraverso il velo della commozione, l’incontro da adolescenti nel primo dopoguerra al Sant’Ignazio di Messina, l’immediata stima, presto trasformatasi in familiarità, poi, gli anni degl’incontri occasionali e fugaci, al tempo della sua lunga assenza dalla città e infine i costanti e impegnativi rapporti degli ultimi decenni. Ma a pensarci bene, lungo le nostre esperienze parallele, ho incontrato un solo Pippo Ardiri, racchiuso nell’inconfondibile ed immutabile sorriso accennato da indifeso, immagine di uomo semplice ed espressione eloquente, anche per chi lo incontrava per la prima volta, di un’interiorità fatta di dolcezza, umiltà e naturale disposizione verso gli altri.
Lo stesso ragazzo che ritrovo nei ricordi, solo, in un angolo nel cortile delCollegio - frequentavamo classi diverse - a guardare il rincorrersi degli altri, con la timidezza dell’adolescente spaesato. Lo notavo in quanto ci assomigliavamo: ambedue ragazzi di periferia capitati lì, io chi sa per cosa, e lui per un più importante disegno della Provvidenza. Forse era l’austerità del luogo, la coscienza già in noi di quanta tradizione abitasse quelle mura - e non certo l’autorità dei padri o l’ambiente selezionato - che ci metteva soggezione, senza però farci sentire emarginati o esclusi.
Poi dopo molti anni, da papà, negli stessi luoghi lo ritrovo rettore. Lo ritrovo in questa nuova veste, sempre misurato negl’interventi, con la serenità di chi assume un ruolo per ubbidienza e spirito di servizio, gestendolo con impegno e tensione. Ed è per queste doti, credo, che più volte è stato scelto a ricoprire il rettorato o altri incarichi di responsabilità, specie in occasioni critiche come nel caso del trasferimento e della distruzione dell’istituto. Evento sofferto dai Padri e da tutti noi vicini alla Compagnia come travaglio personale; e da lui accettato e superato con l’equilibrio naturale dell’uomo fiducioso negl’imperscrutabili “disegni superiori”.
Ancora lo ricordo negli anni più intensi del reciproco, anche se occasionale, sostenerci a vicenda tra bisogni di spiritualità e concretezza, nello scambio di esperienze diverse: al tempo del suo rettorato all’Ignatianum e della mia gestione degli ex alunni, e ancor più durante la forte esperienza degli esercizi spirituali.
Questo capitolo degli esercizi merita qualche riga in più. Pippo era, come i migliori preposti a questo ufficio “persona dotata di equilibrio psicologico, conoscenza attenta dell’animo umano e squisita sensibilità”, prerogative che gli permettevano la risposta giusta ad ogni dubbio. Mentre la profonda preparazione spirituale gli consentiva di farsi capire con semplicità. Dono che penso possedesse da sempre.
Per questo era convincente oltre che colto, in quella esposizione minuta, convinta, attenta: “puntuale omaggio alla necessità di ricercare, per l’uomo e l’uomo di fede, attraverso il discernimento, la volontà di Dio durante il percorso terreno”.
Percorrendo con lui questa esperienza ho avuto, da uomo pratico e razionale, la conferma di quanto fosse necessario “fissare un riferimento utile per porre ordine nella propria vita, rivedere la rappresentazione di Dio secondo il Vangelo di Gesù e rinsaldare la certezza di essere oggetto di un disegno personale e di uno sguardo benedicente da parte di Dio stesso”. Così dopo questo percorso guidato e l’intimità di cui solo oggi provo coscienza, mi è facile riconoscergli di essere entrato in punta di piedi nella mia vita, mentre io entravo a gamba tesa dentro la sensibilità del consacrato con i miei “carichi pendenti”.
In questi sessant’anni di frequentazione continua con la Compagnia, ho conosciuto parecchi Gesuiti: alcuni santi già in mezzo a noi, altri eroi in terra di missione, molti colti in cattedra oppure forti nella fede… Li ritrovo un po’ tutti in Pippo: santo per la sua mitezza, colto per i suoi esercizi, saldo ed eroico nella fede in questi ultimi anni segnati dalla sofferenza e offerti in dono, durante la purificazione nella malattia.
Pippo, in estrema sintesi, è stato tra quei pochi che la Provvidenza destina a nascere maturi - già vecchi sin dall’infanzia - e a donare agli altri questa rarità attraverso il consiglio, il sostegno nei passaggi difficili e la semplice testimonianza dei propri atti. Alla fine della loro missione, penso che questi privilegiati ci lascino come ci ha lasciati Pippo: con il cuore del bambino saggio, in disparte nel cortile.
Ciao Pippo, spero e auguro a me stesso di rivederti.
                                                     
Giuseppe Raffa

martedì 10 agosto 2010

C. Russo: Ricordando p. Giuseppe Ardiri: un operaio mite e docile (1)

Ricordando p. Giuseppe Ardiri: un operaio mite e docile (1)

È proprio vero che la fede e l’amore uniscono coloro che la morte separa.
“Selezione” del Riders Digest mensilmente presentava un articolo, sempre diverso come contenuto, ma uguale come titolo: “Una persona che non dimenticherò mai”. Erano testimonianze di persone che raccontavano esperienze di incontri straordinari che avevano portato un fecondo-benefico influsso nella loro vita da non poter essere più dimenticate.
Allora, ragazzo, non potevo sapere che questo titolo un giorno l’avrei applicato e dedicato con grande affetto a p. Ardiri.
Noi ci portiamo nel cuore quelle persone che, per il loro costruttivo esempio di vita, hanno depositato in noi tanta ricchezza ma anche tanta nostalgia per la loro partenza. Ci mancano perché sono state troppo preziose alla nostra vita, per i valori che ci hanno trasmesso, per la loro coerenza e per la loro saggezza, ma anche per il loro sostegno, amicale o paterno, stabile e sicuro.
È impossibile per me parlare di p. Ardiri soltanto e come un soggettivo “Sé”, come di uno che costruisce l’immagine di lui con uno sguardo che coglie dall’esterno, ma in relazione a come ho esperimentato in me la sua lunga vicinanza, tanto sono stratificate nel mio animo le numerosissime e comuni esperienze di vita.
Raccontare, quindi, di lui vuol dire parlare anche di me, del mio vissuto con lui.
Non pura e semplice biografia, non raccolta di documenti della sua storia, ma ricordo di un profondo e particolare rapporto esistenziale, all’interno di una uguale e personale chiamata, nello stesso ordine religioso.
Già all’ottava p. Sibilio ha messo in evidenza molti aspetti importanti della vita di Giuseppe, presentandone un quadro bello e interessante, anche se sono convinto che la migliore omelia su di lui è quella che ognuno di voi ha già scritto nel suo cuore e lì la custodisce.
Siamo riuniti qui, attorno alla mensa del Signore, perché vogliamo ricordare e pregare per e con un amico, un fratello, un maestro, un padre…un uomo di Dio che ha fatto della sua vita una continua tensione, un dono d’amore per Dio e per i fratelli. Un uomo che era tutto di Dio e tutto dell’uomo, che metteva Dio al primo posto nella sua vita e che era allo stesso tempo (secondo un’espressione cara e ignaziana) un uomo con gli altri e per gli altri…senza stanchezze, né cedimenti.
Un uomo che ti veniva sempre e subito incontro. Il mio primo incontro con lui avvenne circa quaranta anni fa e subito intuii in lui qualcosa di nobile e di nuovo.
Da poco avevo terminato gli studi di filosofia e il magistero e fui destinato a essere ministro accanto a lui, Rettore. Era un momento molto difficile quello, a causa dello spostamento del Collegio S. Ignazio e del suo inserimento nella grande struttura dell’Ignatianum, Casa con tante opere e con due diverse Comunità che non riuscivano a integrarsi e a trovare una linea di vita unica e comune. Fu quello un lungo periodo di conflitti e tensioni sotterranee fra le Comunità per motivi che sembravano insormontabili.
E p. Ardiri… in questo campo di battaglia, nella ricerca di soluzioni e di accordi per il bene comune, sempre desideroso di essere costruttore e portatore di unione in questa, anche per lui nuova e complessa, realtà.
In questa situazione problematica, a causa della mia giovane età, si rese subito conto della mia inesperienza e delle mie incertezze, e in un sereno e rinfrancante dialogo mi disse:
“Per quanto mi riguarda, ti do ampio spazio di azione e di iniziative. Collabora con me e addossa su di me eventuali malumori o critiche che devi inevitabilmente attenderti dagli altri nella conduzione del tuo compito”.
Ammirai e apprezzai molto questo suo intervento-incoraggiamento (da chi era notevolmente coinvolto in una difficile situazione), tanto che, da quel momento, sperimentai grande serenità, pur nel turbinio degli impegni. Questa fiducia e appoggio potenziarono molto le mie risorse e il mio intuito nella soluzione dei numerosi e delicati interventi.
Intanto l’intesa con lui si arricchiva di grande stima e confidenza, premesse della nostra futura amicizia, mentre cresceva sempre più in me la volontà di stare sempre dalla sua parte in tutto… e davanti a tutti.
Ricordo le Messe celebrate con lui, io ancora …chierichetto; i momenti di preghiera vissuti insieme; le esortazioni spirituali reciproche. Ricordo le incomprensioni e le ingiuste critiche alle quali rispondeva sempre in maniera delicata e costruttiva.
Rammento anche i suoi momenti di stanchezza, dai quali però risorgeva – come d’incanto – più forte di prima.
Per motivi di lavoro abbiamo viaggiato e girato molto insieme. E questo sempre per cercare, trovare, inventarsi delle soluzioni e migliorare così la vita concreta e spirituale della Comunità. E intanto aveva sulle spalle la responsabilità di un Collegio…
Qui, al Gonzaga, dove è stato prima Superiore e poi Rettore, ho vissuto con lui il periodo più lungo. Come sempre aveva una capacità lavorativa straordinaria. Non trascurava nulla per rendere l’Istituto un Centro di formazione integrale, efficace ed efficiente.
Con lui cominciò quel lavorio di formazione spirituale dei docenti, ai quali si sforzò di comunicare quella spiritualità ignaziana che doveva informare l’insegnamento, le attività, gli studi, il lavoro con i ragazzi. In questo contesto si interessava molto del mio compito di animatore spirituale, aveva piacere che lo rendessi partecipe: approvava… e poi mi spronava a non stancarmi di essere sempre più inventivo e creativo.
Qual era il segreto di p.Ardiri?
La sua grande umanità e la sua ricca spiritualità, che facevano di lui il p.Ardiri che conosciamo.
Concepiva il servizio come il dono totale di sé a Dio, come la più grande grazia che si potesse ricevere, la sorte più felice, la sua vera eredità.
Riteneva il servizio a Dio come la vera grandezza dell’uomo, perché è ordine e armonia; perché attraverso il servizio il dono risale a chi lo ha donato.
Mi diceva che si sentiva di vivere come un buon servo nelle mani infallibili del suo Re e Signore.
Viveva il suo servizio apostolico come imitazione e partecipazione all’opera di Cristo.
Mi viene spontaneo fare un riferimento alla visione alla Storta, dove Gesù, portando la croce, dice a Ignazio: “IO voglio che tu ci serva!”.
Chi potrebbe dire che questo comando non sia stato pienamente accolto e vissuto da Giuseppe, fedele e indefesso servitore del magis, della maggiore gloria di Dio? Per questo la sua vita era una continuo servizio di amore per Cristo e di dedizione verso i suoi fratelli. Tutti noi ci siamo resi conto come non c’era nulla e nessuno che potesse impedirgli di sempre intervenire, aiutare, soccorrere, fare del bene.
Per S.Ignazio infatti “l’amore non è un sentimento vago: esso deve dimostrarsi più nelle opere che nelle parole” (EE.SS.230-231).
Giuseppe era l’attualizzazione di una antica e sintetica definizione della carità:
“Caritas oculus vigilans est!”. La carità è un occhio sempre vigile e attento ai bisogni e alle esigenze degli altri, che riesce anche a capire con anticipo.
E i sacrifici, legati al suo instancabile lavoro per gli altri, venivano ricompensati da Dio con quella ricchezza di beni che ricadevano su di lui e sui suoi amici.
Infatti uno strumento quando è unito a Dio è come un cristallo terso e senza deformazioni che fa passare con nitidezza la luce. (Non è difficile provare questa verità perché i frutti sono qui, in mezzo a noi, in noi e parlano da soli… con la nostra orante presenza qui).
Mi piace ricordare Giuseppe come un operaio mite e docile. Di lui mi è stato
detto:”Se aveva un difetto era di essere troppo buono, incapace per natura, ma specialmente per virtù, di fare del male”.
L’unica e la prima volta che egli ha dato un dolore alla mamma, ai suoi familiari, agli amici tutti è stato quando ha chiuso i suoi occhi. Ma dietro l’aspetto di questo uomo mite e buono c’era una tempra di ferro. Un uomo soave… ma determinato, volitivo e forte. Una roccia! Un uomo fondato sul“Magis”, cha sa leggersi dentro, e sostenere una instancabile lotta interiore nella continua ricerca del meglio, di ciò che più piace a Dio, che sa trasformare la fede in vita concreta, che sa ascoltare il Signore che parla alla sua creatura e sa distinguere la Sua voce dalle tante altre che risuonano nel cuore dell’uomo.
“Siamo docili operai di Dio”- mi diceva - e il nostro lavoro diventa incessante perché divino”, secondo le parole di Cristo che guariva anche di sabato: “Mio Padre lavora sempre e anch’io lavoro”, e ancora:“... e non avevano nemmeno il tempo di mangiare” come riferisce Marco.
Grande conoscitore degli Esercizi di S.Ignazio, mi diceva quale grande fascino aveva da sempre esercitato su di lui la “Chiamata del Re eterno:“Chiunque vorrà venire con Me, dovrà similmente faticare come Me di giorno e vigilare la notte, affinché poi abbia parte con me nella vittoria” (n° 93).
Quest’aspetto era un fatto connaturale. “Vieni a distenderti un po’. C’è un ottimo programma in TV!” “No, - mi rispose – perché mi sembrerebbe una perdita di tempo”. Si riposava, sì, ma pensando, programmando e realizzando qualcosa per gli altri.“Sono le tensioni interiori - diceva - che stancano, non il lavoro…specialmente se esso è fatto per amore di Dio”. Possiamo prenderlo come un paradosso, ma sembrava che si riposasse lavorando.
Ricordo qualche altra sua espressione, di tanti anni fa. Era come un motto giovanile:
“Fare degli uomini dei buoni cristiani e di tutti i cristiani dei santi! Far crescere e maturare uomini e donne… appassionati di Cristo, appassionati degli altri.
E il Regno di Dio si popola e si abbellisce, cresce in numero e in merito”.
Ma per fare questo sentiva indispensabile una vita di unione con Dio, la preghiera,la docilità allo Spirito Santo. E allora l’azione diventa contemplativa (e viceversa), si riesce a vedere Dio in tutti e in tutto, e in ogni cosa si scorge il tocco di Dio.
Sappiamo bene che è solo per mezzo di persone carismatiche, di persone spirituali, cioè ricche dei doni dello Spirito Santo come p.Ardiri, che è possibile tale crescita, in quanto le loro vedute intellettuali, i loro giudizi di valore, i loro sentimenti sono misurati sull’ideale di Cristo, alla sua bellezza, alla sua ricchezza, alla sua sapienza. Leggiamo S. Paolo:
“È Dio che per grazia ha costituto alcuni apostoli, altri profeti,
altri evangelisti, altri pastori e dottori…per compiere l’opera del ministero delle anime per l’edificazione del Corpo di Cristo.
È in virtù sua che tutto il Corpo cresce mediante l’attività propria dei suoi membri” (Ef. 4,11-17).
Ho voluto balbettare fin qui qualcosa su p.Ardiri apostolo. Ma che dire sulla sua capacità di ascolto, sul suo spirito di accoglienza, sulla sua sempre pronta disponibilità.
Col suo atteggiamento sereno, aveva il dono di farti sentire tranquillo, quieto, rappacificato. Aveva nell’accoglienza qualcosa in più dello scontato e profondo rispetto da dare a qualsiasi persona. Avvertivi in lui un sereno atteggiamento di disposizione di animo che andava oltre…
Possedeva l’intuito dell’“occhio spirituale” di chi vede negli altri dei figli di Dio, che il Padre manda a te in particolare, per prenderti cura di loro e ciascuno con la sua particolare e irripetibile storia, da accompagnare nel cammino di questa vita, fino alle porte del cielo.
A volte mi chiedevo: “Ma come fa a concedermi tanto tempo e in qualsiasi momento della giornata, quando so che ha un’enorme mole di impegni?”.
Eppure ti faceva sentire a tuo agio, come se tu fossi, in quel momento, l’unico suo pensiero. Per questo credo di affermare il vero se dico che le sue erano “amabili accoglienze”.
E poi arriva al galoppo il grande silenzio!!! Mi ha profondamente toccato e mi ha lasciato stupito l’epilogo della sua vita… un lungo epilogo, che solo in Gesù trova la sua risposta.
Gesù ci ha rivelato ciò che lui stesso ha vissuto per primo: sono l’amore, l’offerta e il sacrificio di se stessi che rendono il proprio apostolato fertile. È la morte a sestessi per amore che porta frutti di vita eterna:
“Se il chicco di grano non muore…!”.
“Anche se dessi il mio corpo a bruciare, ma non avessi la carità…”
È stato l’amore oblativo la molla del suo apostolato, ma c’è una legge della Grazia che ci rivela il suo valore retroattivo circa l’applicazione dei suoi benefici sul proprio trascorso servizio apostolico.
La vita di p. Ardiri, vissuta senza soste, è stata tanto ricca di effetti di grazia, perché è stata innaffiata e benedetta anche dalle sue sofferenze future, di costrizione alla immobilità, di annullamento di sé, di apparente non-senso per la ragione umana, ma colmi di vita eterna per chi ha la fede.
Il Signore ha benedetto il suo passato perché il suo futuro è stata crocifissione accettata e offerta, come quella del suo Signore e Re. ”Quia ipse voluit”.
È l’intenzionalità pura che rende graditi a Dio qualsiasi dono, qualsiasi offerta, qualsiasi sacrificio.
La passione di p.Ardiri è stata un’assimilazione a Cristo sofferente, il destino di ogni anima di lui innamorata. Dio unisce ancor più intimamente al suo figlio Gesù specialmente coloro che chiama a una particolare missione.
Perciò, il suo passato: un dono di amore; il suo futuro: fertile sorgente di grazia.
Lui, guida e maestro delle anime, è diventato il pastore che dà la vita anzitempo, prima di ogni previsione umana, che muore per le sue pecorelle, per i suoi amici e compagni di vita.
Resto molto colpito al pensare che c’è un tipo di morte, che si presenta pur essendoci ancora la vita, nella perdita delle qualità e potenzialità più care e preziose per ogni uomo. Tanto attivo, ha bevuto il calice dell’inattività, la coppa dell’immobilismo; tanto capace nel dire, nel porgere, nell’ascoltare, nell’annunziare, nel discernere ha fatto l’esperienza (consapevole e silenziosa) dell’impedimento al dialogo, alla comunicazione e allo scambio.
Chissà quante volte, nella sua vita, ha elevato con ardore e generosità al suo Signore la preghiera del suo fondatore:
Signore, prendi la mia intelligenza, la mia volontà, la mia libertà, la mia memoria… tutto quello che ho me l’hai donato Tu, a Te lo restituisco.
Dammi soltanto il tuo amore e la tua grazia. Questo mi basta..
Il Signore lo ha ascoltato!!!... Ha accolto la preghiera del dono di tutto se stesso, che può essere un’offerta che può arrivare fino alla perdita, all’annullamento totale di se stessi. Il suo Signore e Maestro, che lo ha preceduto in questa via, lo ha unito a sé… lui che “Annientò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. Per questo il Padre lo ha esaltato!”.
Donazione, passione, croce, morte… glorificazione. Voglio inserire p.Ardiri in questa misteriosa ma vivificante logica divina. Le anime costano!
Se un santo si rivela nel dono totale di sé, nella prova e nella sofferenza (apparentemente inutile), allora non ho paura di affermare che Pippo lo era. Sono per lui le Parole di Dio:
“Chi è quell’uomo che è stato fedele nella prova fino alla fine?
Portatemelo qui e gli darò la corona della gloria”. Oppure:
“Vieni mio servo buono e fedele, prendi possesso del trono preparato per te da tutta l’eternità. Entra nel gaudio del tuo Signore”.
Fratelli, nessun lamento è mai uscito dalla sua bocca, nessuna protesta, come un agnello mansueto, ubbidiente ai Superiori, nell’abbandono fiducioso a Dio… In vita e in morte p. Ardiri è stato per noi tutti un esempio, più che edificante, di dono e di offerta di sé. Ha mostrato di che tempra spirituale era fatto. Aveva fatto nella sua vita quello che insegnava agli altri negli EE.SS. cioè “cercare, trovare e vivere la volontà di Dio”. Per questo la sua vita esprimeva tanta pace. “In tua voluntade, Signore, è nostra pace”.
Signore, secondo il nostro limitato giudizio umano, questo fiore è stato strappato anzitempo dal prato di questo mondo. Egli infatti avrebbe potuto fare, per la tua gloria, ancora tante cose belle. Gli ultimi anni della sua vita tu l’hai purificato e reso ancora più bello, ma come si fa con l’oro nel crogiolo della sofferenza. Noi ci inchiniamo alla tua sapiente volontà. E più che lamentarci per avercelo tolto ti ringraziamo per avercelo donato per tanto tempo e perché lo conservi glorioso per tutta l’eternità.
Prima di finire desidero dire una parola alla mamma di Giuseppe. Cara mamma Elvira, quante le preghiere che hai elevate al Signore per il tuo Pippo! Ti assicuro che esse sono state tutte ascoltate ed esaudite perché Dio ha fatto di tuo figlio un vero - umile apostolo di Gesù e un degno figlio di S.Ignazio.
Amici, ci siamo ritrovati qui per partecipare al mistero eucaristico, che offriamo al Padre per l’anima di p.Ardiri, per ricordare, ma anche per essere noi comunicatori di esperienze vissute insieme a lui e grazie a lui.
Nei tempi e nei luoghi opportuni si manifestino le nostre risonanze per tessere una trama degli edificanti incontri e ricordi che hanno giovato alla costruzione del nostro organismo spirituale.
Io ho dato la mia piccola testimonianza. Ora tocca a ciascuno di voi dare il vostro personale contributo perché si renda giustizia, a gloria di Dio, a questo grande amico, a questa grande figura, a questo uomo di Dio.
E che nulla vada perduto!!!

Padre Carlo Russo S.J.

(1) Omelia pronunciata durante la S. Messa per il trigesimo della morte di padre Ardiri.

domenica 1 agosto 2010

V. SIBILIO S.J. - ... un chicco di grano che marcisce

“Se il chicco di grano caduto in terra non marcisce, non porta frutto” (1)

Angela Caruso, andandolo a trovare a Messina, poco prima della sua morte, quando già sembrava che non riconoscesse più nessuno, chiuso e raccolto in un silenzio sofferto, ad un certo punto gli ha mostrato una foto in cui ero ritratto durante un convegno di Spiritualità Ignaziana e gli ha chiesto se riconoscesse quel gesuita; aprendo gli occhi e sorridendo dice, con un filo di voce, ma nitida e chiara: “Sibilio!”.
Quando Angela mi ha raccontato l’episodio, ho sentito un brivido e una profonda emozione, ma anche che ricadeva su di me una grande responsabilità: quasi una consegna che mi faceva prima di lasciarci fisicamente.
Sin dal tempo della mia formazione avevo sentito parlare di un gesuita siciliano ancora molto giovane ma già stimato come uomo di discernimento e di consiglio,caratterizzato da semplicità disarmante e da mitezza evangelica. Ho avuto la grazia di conoscerlo e frequentarlo quando, insieme, siamo stati chiamati ad essere consultori dell’allora Padre Regionale nel lontano 1984.
Immediatamente è nata tra noi una grande sintonia e un affetto che dura tuttora nonostante non ci sia più. Non sempre i nostri modi di vedere e affrontare i problemi coincidevano, ma sempre ho avuto la sensazione che da parte sua vi fosse un profondo rispetto e accoglienza che poi ho scoperto frutto del suo sforzo di mettere in pratica costantemente il cosiddetto “praesupponendum ignaziano”: il ritenere sempre e comunque che l’altro agisca e si esprima in retta coscienza e che ricerchi il bene e il meglio.
Ripensando a lui, vorrei ricordarlo come amico e confratello, come uomo di governo, come padre spirituale.
Come amico e confratello: ho ancora nel cuore tutte le volte in cui, spesso nei viaggi che facevamo insieme, con spontaneità mi parlava di sé, dei suoi progetti e sogni, delle sue difficoltà senza mai far pesare il suo essere più grande di me e molto più avanti nella via di Dio; con grande umiltà mi chiedeva consigli e si confrontava anche su sue esperienze spirituali e apostoliche. Un suo dono raro e particolare: non l’ho mai sentito parlare male di altri soprattutto di nostri confratelli, portato sempre a giustificare anche quando oggettivamente venivano rilevati degli errori.
La sua grande passione per S.Ignazio e per la Compagnia di Gesù si esprimeva con dolcezza e, a volte, commozione profonda. Una sola volta, sempre con il suo candore, mi confidò di sofferenze vissute per incomprensioni e di come era stata ignorata, volutamente o meno, una sua grande fatica di ricerca e di studio sulle fonti della nostra vita religiosa. Percepivo che ancora, a distanza di anni, sentiva l’umiliazione vissuta ma senza mai permettere che la sua vita religiosa e apostolica venisse minata.
Spesso anche mi parlava della sua famiglia e particolarmente della mamma con affetto tenero e virile.
Più ancora è cresciuta l’amicizia e la stima tra noi perché ho avuto la gioia di conoscere sua mamma e i suoi fratelli e di essere stato compagno di cammino di fede verso il matrimonio, di un suo nipote a lui carissimo.
Come uomo di governo, è stato socio del p. Provinciale della Provincia Sicula, più volte Consultore, più volte Superiore di Comunità e Rettore dei nostri Collegi di Messina e di Palermo. Signorilità, discrezione, amorevolezza hanno caratterizzato tutti questi servizi che la Compagnia gli ha chiesto. Mai sottraendosi all’obbedienza e alla fatica, ha vissuto con soavità senza mai far pesare su altri la mole di lavoro. Soprattutto come Rettore dei Collegi ancora oggi molti lo ricordano per il suo tratto benevolo e per il rapporto che sapeva stabilire con gli studenti: esigente e autorevole, sottolineando il suo essere presbitero e gesuita e trasmettendo a tutti il carisma duro e affascinante di S. Ignazio.
Ottimo organizzatore, sapeva coniugare profonda spiritualità e grande capacità dirigenziale. Alcuni anni fa, i suoi ragazzi del Gonzaga di Palermo, ormai adulti e professionisti, gli hanno voluto dare il premio annuale degli ex Alunni; impossibilitato ad essere presente perché già molto malato, ha ritirato il premio sua sorella Angela profondamente e visibilmente commossa. C’era, quella sera, una grande emozione ma, in tanti, anche la gioia di averlo conosciuto e avuto come formatore e il ringraziamento al Signore per avere messo sulla loro strada un uomo simile.
Il tratto che più lo ha caratterizzato e che rimane indelebile in tanti uomini e donne, presbiteri e religiose, è stato il suo essere un vero “Padre Spirituale”. Mi sono sempre chiesto come potesse, con tanto lavoro che aveva e con tanti incarichi impegnativi, continuare a ricevere, ascoltare, consigliare e formare centinaia e centinaia di persone. Era, questa, una esigenza interiore che nasceva da un rapporto personale e amoroso con Gesù e che lo portava a sentire l’esigenza di comunicare ad altri la stessa passione perché altri potessero incamminarsi con gioia alla sequela del Cristo.
A tanti ha proposto il cammino degli Esercizi Spirituali Ignaziani in tutte le forme possibili e particolarmente quelli nella “vita ordinaria” in cui era divenuto uno dei massimi esperti a livello italiano. Tanti, e posso testimoniarlo, grazie a lui hanno cambiato radicalmente vita arrivando a scelte coraggiose e non sempre indolori ma liberanti.
Proprio utilizzando come strumento e metodo il cammino degli Esercizi, inizia, già alla fine degli anni Settanta e ai primi degli anni Ottanta, un itinerario di studio e di preghiera con alcuni laici sulle radici della spiritualità ignaziana che sfocerà poi nella fondazione di un gruppo di uomini e donne che si chiamerà Compagnia di S.Ignazio e che inciderà notevolmente nel panorama spirituale italiano e nella conoscenza delle fonti e della persona di Ignazio per i contributi che vengono offerti, soprattutto con i Convegni annuali di Spiritualità Ignaziana.
Cosa lo distingueva nella guida spirituale da spingere tante persone di qualunque estrazione sociale a rivolgersi a lui? Io credo che avesse un carisma particolare di discernimento unito a grande umiltà e semplicità che lo portava a far percepire all’altro accoglienza e mai condanna.
Nonostante persona di grandi doti, non ha mai cercato di mettersi in mostra e non era posseduto da mania di protagonismo; anzi, spesso, ha preferito rimanere nell’ombra e fare da “secondo”.
Di grande povertà di vita e sinceramente obbediente, ha sempre dimostrato una fortissima capacità di amare senza mai neppure tentare di impossessarsi degli altri.
Un’ultima sottolineatura mi sembra necessaria: la sua vicinanza ad ogni forma di povertà che a volte lo ha anche portato a farsi raggirare da chi povero non era e, sfruttando la sua bontà, lo ha ingannato. E mai una parola di giudizio o un’espressione dura.
Vorrei concludere ricordando che gli ultimi anni trascorsi nel silenzio della malattia, forse, sono stati gli anni più intensi e fruttuosi, perché con l’accettazione del suo stato ha sorretto la fatica e il travaglio della Compagnia di Gesù di questi ultimi tempi e il cammino di crescita di tanti suoi “figli e figlie”

“Se il chicco di grano caduto in terra non marcisce, non porta frutto”.

Padre Vincenzo Sibilio S.J.

(1) Rielaborazione dell’omelia pronunciata durante la commemorazione funebre, otto giorni dopo la morte.

E. ARDIRI BROGNA - ... cuore ed ostia

Cuore ed ostia: una voce di mamma (1)

P. Giuseppe Ardiri è nato a Messina il 10 luglio 1932. Fu alunno del Collegio S.Ignazio. Il 12 novembre del 1948 entrava nel Noviziato della Compagnia di Gesù a Bagheria. Compì gli studi liceali a Villa S. Cataldo e lo studio della Filosofia nell’Ignatianum di Messina. Fu al Collegio Pennisi di Acireale per un biennio di magistero e, per un anno, a Villa San Saverio di Cibali. Ha studiato la Teologia nell’Ignatianum.
Ecco quanto scrive la mamma di p. Ardiri:
Per una mamma i figli restano sempre bambini e, in un attimo, si rifà tutta la strada dei loro anni; col pensiero e col cuore la mamma rivede il proprio figlio tra le sue braccia, come il primo momento in cui l’ha potuto abbracciare e baciare. E restano sempre così, i nostri figli, tutti, qualsiasi strada prendano nella vita.
Ricordo che il mio Pippo,  da piccolo, era molto diverso dagli altri fratelli, che volevano diventare “papà”.  Lui no: “Cardinale o Papa mi farò da grande” diceva.
E per questo restava sempre più ritirato, più amante della casa e poco dei giochi soliti alla sua età.
“ Il Signore l’aveva fatto per Lui”
Conobbe i Padri Gesuiti perché vi frequentò la scuola e le cose andarono al
punto che si dovette preparare la biancheria e i documenti necessari per l’ingresso in religione. Aveva 16 anni e voleva raggiungere il suo più grande desiderio: “essere tutto di Gesù”.
Il 12-11-48 il padre lo accompagnò a Bagheria e lui, appena varcato il cancello, non si voltò indietro neppure una volta, deciso come era a seguire la sua vocazione e timoroso che io, anche da lontano, potessi determinare in lui qualche attimo di esitazione o addirittura gli fossi tentazione, perché continuamente lo ammonivo, che se non si fosse sentito di andare o di continuare, poteva restare a casa e ritornarvi in qualsiasi momento si fosse accorto che quella non era la sua strada.
Da Bagheria il Rev.do P. Rettore per mezzo di mio marito mi mandò una corona e quando me la diede esclamai: “ Bel cambio, una corona da pochi soldi per un figlio!”.
Durante gli anni di studio, aiutato dai Padri,  il mio Pippo si è comportato bene, come religioso e come studente. I resoconti che mi davano i Padri erano sempre confortanti per me. Signora, mi dicevano, il ragazzo va avanti bene, non c’è da temere per la sua vocazione. Anche di questo ringrazio il Signore, perché solo Lui può dare la forza di essere come si deve, specialmente ai ragazzi.
Oggi che mio figlio sta per salire l’Altare col Sacerdozio, il mio cuore prova delle fitte dolorosissime, accompagnate però, dalla gioia di averlo dato definitivamente al Signore, e soprattutto nel sapere che questo figlio è contento perché raggiunge l’ideale da lui desiderato e abbracciato con amore. I calcoli non tocca a noi mamme farli; a noi tocca solo e sempre dare, anche se ci costa sacrificio: per questo siamo mamme. Non mi resta che pregare il Signore perché lo preservi da ogni ombra di male e di augurare a mio figlio di farsi santo. Io, sua mamma, sarò orgogliosa di lui quanto lui sarà di Gesù.
Sono contenta, e se altri figli mi chiedessero di “farsi tutti di Gesù”, come il primo, non esiterei a dare il mio consenso.

Elvira Ardiri Brogna

(1) Tratto dalla rivista Ai nostri amici, n.7/8 luglio - agosto 1962, pubblicato in occasione della consacrazione sacerdotale di 7 gesuiti, tra i quali il nostro p. Ardiri.

S. PANDOLFO S.J. - ... è stato accolto nella Casa del Padre

È stato accolto nella Casa del Padre - 22 gennaio 2008 alle ore 6,30 -
P. Giuseppe Ardiri S.J., defunto a Messina nel suo 76° anno di età
e 60° di Compagnia (1)

Il p. Giuseppe Ardiri è deceduto a Messina il 22 gennaio 2008, alle ore 6,30. I funerali saranno celebrati domani,  mercoledì 23 gennaio, alle ore 11.00, nella Cappella dell’Istituto Ignatianum di Messina. Subito dopo il feretro sarà tumulato nel Cimitero di Messina.
Il p. Giuseppe Ardiri è nato a Messina il 10 luglio 1932 ed il 12 novembre 1948, all’età di 16 anni, è entrato nella Provincia Sicula della Compagnia di Gesù, a Bagheria (PA).
Tutta la sua vita da Religioso nella Compagnia di Gesù è stato un canto al  Signore, che ha portato sempre nel cuore e nelle sue labbra. Era innamorato degli Esercizi Spirituali,  in particolare quelli “nella vita corrente”, come amava chiamarli e che ha personalmente vissuto ed ha comunicato a centinaia di persone come Guida. E' stato un Religioso di grande pazienza, di grande sopportazione, di grande forza  di volontà. Non si è mai lamentato e fino alla fine ha offerto tutto al Signore   con generosità.
Il 24 giugno 2002 è stato trasferito all’Ignatianum di Messina, per essere curato  dei vari malanni che lo hanno accompagnato fino ad oggi.
Gli uffici di maggior rilievo che gli sono stati affidati:
- Rettore del Collegio S.Ignazio di Messina (1968-1973).
- Socio del p. Provinciale dal 1976 al 1979.
- Superiore della Comunità del Gonzaga di Palermo (1979-1992).
- Rettore dell’Istituto Gonzaga di Palermo (1986-1992).
- Rettore dell’Ignatianum di Messina e Direttore del Collegio S.Ignazio (1992- 1995).
Oltre a ricoprire questi incarichi, è stato sempre richiesto come Padre Spirituale nei nostri Collegi di Messina e di Palermo. Gli alunni, i docenti, i genitori, gli exalunni, religiosi e religiose e laici impegnati hanno spesso bussato alla sua porta.
Tra le date importanti della sua vita:
- l’Ordinazione Sacerdotale a Messina, l’8 luglio 1962,
- il suo Terzanno a Cordoba in Spagna (1963-1964).
Religioso di grande spiritualità ignaziana, non riusciva a nascondere la sua caratteristica  di Uomo di Dio e di uomo di grande accoglienza e coerenza verso tutti  quelli che si rivolgevano a lui.

Padre Salvatore Pandolfo S.J.

(1) La morte di un confratello gesuita viene annunciata a tutta la Compagnia di Gesù dal Socio  del  p. Provinciale, attualmente padre Pandolfo.  Questo è il testo della sua comunicazione.